BEHIND BALKAN WALL

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Abbiamo viaggiato in mezzo alla storia, alle tante etnie nella regione, alla musica gipsy e al folle cinema di Kusturiça. Questa miscela esplosiva è stata solo la punta di un iceberg che valeva la pena raccontarvi attraverso le storie dei tanti personaggi conosciuti lungo la nostra strada.
Fotocamera in spalla, auto a noleggio e smartphone sempre a portata di mano per non perderci nel labirinto stradale tra Serbia e Bosnia – vera ossessione per tutto il viaggio – iniziamo il nostro racconto da Belgrado, a 20 anni di distanza da uno dei capitoli più tragici dell’Europa contemporanea. La guerra dei Balcani.

Ricerca e Testi: Stefano Bandera

Foto e Video: Stefano Sbrulli

SERBIA

Se tutto ha un inizio, il nostro risale alla mattina del dodici marzo 2003 quando Zoran Djindjic – primo ministro serbo – viene ucciso in un agguato davanti alla sede del governo. Per molti era il leader del cambiamento capace di far dimenticare le atrocità degli anni ’90, i bombardamenti NATO, il mito della grande Serbia infranto con la fine di Milosevic.


Romanzata o no l’immagine di Djindjic rispecchia l’identità di una nazione – la Serbia – in bilico tra una straordinaria energia e un passato difficile da dimenticare. Mentre corruzione e mal governo dilagano in un tessuto sociale dove le grandi corporation occidentali la fanno da padrone, la voglia di vivere sbocciata dopo la guerra pulsa ogni giorno di più.

BELGRADO

Belgrado è un simbolo di rinascita. Costruita lungo le sponde del Sava e del Danubio, è oggi il fiore all’occhiello del Paese. La Berlino dell’est, così viene chiamata dai turisti stranieri che hanno riscoperto le sue bellezze storiche e apprezzano i ritmi vivaci della sua vita notturna.

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Ada Bridge – il ponte che collega Čukarica a Novi Belgrade – costruito grazie anche ai finanziamenti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo sviluppo, rappresenta l’immagine della nazione proiettata verso il futuro. Camminando per le vie della città si ha l’impressione di essere in un paese giovane e dinamico, dove le grandi firme occidentali aprono nuovi negozi e si respira aria di Europa.

 

Il primo ministro Alexander Vučić, leader del Partito Progressista Serbo, è molto interessato agli investimenti stranieri: a ragion veduta, considerando gli impietosi dati sulla disoccupazione.

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Appena fuori Belgrado il panorama però cambia; per le strade di campagna, sfilando tra monasteri e cascine, si incontra la vera anima della Serbia, quella ortodossa legata alle tradizioni. Le sterminate campagne fanno da sponda a città industriali ancora influenzate dal recente passato.

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Kragujevac è una di queste. La città rappresenta lo spirito industriale prima Jugoslavo, ora Serbo. Pur non essendo la capitale del paese ha sempre influenzato lo sviluppo economico dell’intera nazione.

 

Oggi è sede di Fiat Serbia e produce nei suoi stabilimenti il modello 500L.

 

La sua industrializzazione ha inizio nel 1853 quando venne inaugurata la prima fabbrica, la Zastava, attualmente a maggioranza Fiat.

KRAGUJEVAC

I quartieri dall’architettura socialista cercano di convivere con un piccolo centro urbano moderno, ricco di locali alla moda, che si riempiono a notte inoltrata. La vita notturna non è impressionante solo a Belgrado, ma in molti altri centri urbani meno conosciuti.

Gli italiani non mancano, la Fiat sicuramente aiuta in questo, e bar e caffetterie portano un tocco d'Italia con brand made in Italy diventati parte della quotidianità. 

Oggi Kraguejevac, racconta di una Serbia dove la produzione industriale e la manodopera a basso costo rappresentano le direttrici per il futuro.

“Se nel 1976 la Zastava Florida era già in cantiere, ma la burocrazia costrinse a rinviarne la produzione fino agli anni ’80 oggi sono le esigenze della produzione che definiscono le regole del gioco.”

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“La città degli affamati”

così chiamata sul tragico finire degli anni ’90

è lo specchio del nuovo corso serbo

Anita Paratljačić

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Ha aperto il primo blog nel 1999 per raccontare i bombardamenti NATO nella regione.

Lotta da anni per la libertà di stampa in Serbia e si autodefinisce dissidente verso un governo che non garantisce piena libertà di espressione.

 

 

Per la blogger e attivista Anita Paratljačić almeno il 10% della popolazione della città (180 mila abitanti) lavora all’interno della Fiat o nell’indotto che la società, sotto la guida di Sergio Marchionne, ha attratto nella regione.

Fiat possiede il 66% delle quote della joint venture

nata dagli accorti con il governo serbo.

La presenza del Gruppo nella regione risale già al 1953

quando Fiat strinse il primo accordo con Zastava

Un’opportunità che la Serbia ha saputo catturare per risollevarsi. Ma a quale prezzo si domanda Anita?


“A distanza di sei anni dall’arrivo della Corporation in Serbia i termini dell’accordo tra governo e Fiat non sono stati ancora resi pubblici, gli operai non possono pronunciarsi sul livello dei loro stipendi e i vincoli contrattuali tra lavoratore e azienda sono spesso dei punti interrogativi.”

Quale sia la percentuale dei profitti generati dalla Fiat che il governo serbo trattiene è ancora sconosciuta, così come la promessa di rendere pubblico il testo del contratto fatta in piena campagna elettorale dall’attuale primo ministro.

 

Per Natasa Djugovic, professoressa della Saga School (scuola internazionale) “Lo stipendio medio a Kragujevac è intorno ai 300-400 euro, così che spesso a gente deve svolgere due lavori per vivere.”

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I grandi assenti di questo progetto sono i giovani, specialmente quelli più qualificati. In molti non vedono futuro in patria e preferiscono trasferirsi all’estero.


“Svolgerò tutte le pratiche burocratiche e Sandra partirà a breve per la Norvegia a studiare infermieristica”, ci racconta Natasa preoccupata di dare un futuro ai figli e ai ragazzi della scuola.
“I ragazzi vengono appunto in questa scuola perché non vedono un futuro in Serbia e a Kragujevac, a causa della situazione economica. ”


Salari bassi e condizioni agevolate per le grandi aziende garantiscono la produttività della regione, le esportazioni e l’occupazione. La paura è che questo modello di sviluppo si interrompa nel momento in cui i grandi gruppi stranieri si spostino in altre regioni più sensibili alle loro esigenze, non garantendo una produzione industriale costante nel tempo.

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La voce dissidente in Serbia – a guardare il fuoco che spinge Anita nel suo racconto e i ragazzi che abbiamo conosciuto – sembra ardere ancora.

Una lettura che però non regge quando chiediamo ad Anita e Natasa di raccontarci l’ultima manifestazione a cui hanno partecipato. Spulciando tra i lori ricordi emerge che l’ultima grande protesta riguarda ormai la storia, circa 10 anni addietro. Un altro tempo e diversi governi fa.

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Se le preoccupazioni sono lavoro e futuro la situazione dal punto di vista sociale appare immobile, con pochi attivisti pronti a sacrificarsi in nome di maggiore democrazia e opportunità.


L’attesa e la speranza sono riposte passivamente altrove, magari nella vicina Europa che diventa un traguardo da raggiungere anche per politici e funzionari che un tempo non si sarebbero piegati a Nato ed Unione Europea.

KRALJEVO

Verso Sud – destinazione Kraljevo – ad un centinaio di chilometri dal confine bosniaco la situazione non cambia. In quella che è conosciuta come la Valle dei Re, i problemi sono sempre gli stessi sentiti a Kragujevac Non c’è spazio per altri argomenti. La convivenza tra etnie e religioni differenti – il tema più critico in passato – è una questione messa fortunatamente in secondo piano. Rimane nella mente dei più anziani, ma presto si sostituisce con le preoccupazioni di un paese industriale in cerca della sua strada.

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Ivan Ivezic, leader della band electro-rock Iveza and Elements non ha dubbi sui rapporti tra ortodossi, cattolici e musulmani:
“Io sono ortodosso, la maggioranza in Serbia è ortodossa, ma non abbiamo problemi con gli altri. Ogni anno i musulmani celebrano il Bairam e noi lo festeggiamo insieme a loro nelle strade principali della città. Anche in Vojvodina che è una regione multiculturale la gente non ha problemi, il problema in Serbia è sempre stato politico e della politica.”

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La Serbia nel suo spirito ortodosso – innegabile e percepibile in ogni angolo di strada – non presenta quelle lacerazioni, quel senso di divisione che di lì a pochi metri dal confine diventa lampante sotto diverse vesti.

BOSNIA ERZEGOVINA

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“E così, tra il cielo, il fiume e le montagne, una generazione dopo l’altra imparava a non compiangere troppo ciò che la torbida acqua si portava via;

ché la vita è un miracolo impenetrabile perché si fa e disfà incessantemente, eppure dura e sta salda, come il Ponte sulla Drina”

Il confine tra Serbia e Bosnia è a pochi chilometri dal ponte protagonista del romanzo del premio Nobel Ivo Andrić. È il grande custode degli eventi, simbolo della dominazione turca, crocevia di culture e religioni diverse, ma anche testimone di conflitti e odio fino ai giorni nostri. La Drina scorre sotto di lui e accompagna per molti tratti la frontiera bosniaca. Questi luoghi sono stati resi celebri non solo da Andrić, ma anche dal regista Emir Kusturica.


Poco prima della frontiera con la Bosnia troviamo Mokra Gora, cittadina costruita dal regista come set cinematografico, e Andricgrad, nata in onore dello scrittore con lo scopo di celebrare le radici ortodosse della regione. Oggi sono a tutti gli effetti delle vere attrazioni turistiche, con bar, ristoranti e piccoli negozi che propongono prodotti e oggetti tradizionali. Kusturica celebra il suo genio – e il suo narcisismo – tramite immagini. Murales e disegni raffiguranti scene dei suoi film riempiono le porte e i muri delle piccole case di Mokra Gora.

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Superando il confine la continuità con il territorio serbo è evidente. Le strade tortuose che percorriamo – provando più volte a perderci – ci accompagnano a piccoli centri abitati nascosti da pendii sempre più fitti.

 

La Republika Srpska – una delle due federazioni bosniache nate con gli accordi di Dayton nel 1995 – ha una precisa identità ortodossa che si respira in tutti i villaggi dove bandiere a strisce orizzontali rossa, blu e bianca svettano fiere in ogni centro cittadino.

 

La risoluzione del conflitto serbo-bosnico ha seguito lo schema della separazione etnica.

 

Poco importa se come ci racconta Zejna Smajic del Sarajevo Times: “Prima della guerra le percentuali di ortodossi e cattolici in Bosnia e di Musulmani in Republika Srpska erano maggiori, con una convivenza pacifica che è durata oltre tre decenni.” Oggi non è più così.

L’Occidente rimasto sconvolto dal genocidio di Srebrenica dove oltre 8.000 bosniaci musulmani vennero uccisi dalle truppe del Generale Serbo Mladic (numero di vittime non ancora definitivo) decise di dividere il territorio in due stati federali. Le tensioni attuali create da questa separazione sono la naturale conseguenza di tale scelta.

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Sulla strada che ci conduce in Bosnia – la parte a maggioranza islamica della repubblica federale – incontriamo per caso Jasmin, gestore di un negozio di souvenir a Sarajevo appartenente alla famiglia da generazioni.

È un gigante di quasi due metri con uno sguardo mite. A poco più di vent’anni si ritrovò al fronte senza sapere bene il perché. Non capiva come mai nel giro di pochi mesi molti suoi colleghi ortodossi diventarono nemici o persone da proteggere.

 

“La guerra sconvolse tutto e la religione diventò un problema”, così ci racconta mentre siamo ospiti nel suo negozio. Dopo un anno, durante uno scontro a fuoco, venne ferito da due proiettili per salvare un compagno e passò il resto della guerra in convalescenza.

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Il compagno venne portato in salvo, scappò in Italia e pochi anni fa ha voluto rincontrare Jasmin presentandogli uno dei due figli che porta il suo nome come segno di riconoscenza.

Jasmin è musulmano e ha una moglie cattolica; sono uno dei tanti esempi di convivenza che oggi appaiono un’eccezione in una città come Sarajevo, da sempre pero' multietnica.

La Bosnia Erzegovina è così divisa

ma così simile

La classe media è formata dai contadini sparsi nei piccoli centri sperduti tra le Alpi Dinariche e i dipendenti pubblici delle principali città come Sarajevo, Banja Luka, Tuzla.

 

Entrambi hanno gli stessi problemi: corruzione politica e poche risorse che spesso consistono in finanziamenti esteri. Provenienti dalla Russia per la parte Serba e dall’Unione Europea nella parte bosniaca e nell’ area croata.

 

Il lavoro manca, ma non sembra essere questo il problema principale. L’integrazione tra le varie comunità è la vera necessità della popolazione. La politica invece punta verso una divisione etnica ancora più forte. Tanto da aver ricevuto un numero crescente di denunce per discriminazione razziale da parte di cittadini bosniaci e ONG, presentate davanti alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani negli ultimi anni.

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Konjević-Polje, a maggioranza serba, è l’esempio di come l’integrazione non sia una necessità per i referenti politici. In questo paesino vicino a Srebrenica, non solo il genocidio del 1995 è ancora un tabù, ma agli alunni musulmani della scuola elementare non può essere insegnato l’alfabeto bosniaco, diverso da quello cirillico.

 

I genitori dei bambini dopo diversi appelli inascoltati ai tribunali di Srebrenica, Banja Luka e alla Corte Istituzionale di Bosnia Erzegovina, hanno deciso di portare la questione direttamente davanti alla Corte Europea per i Diritti Umani.

 

Questo purtroppo non è l’unico caso. A sud di Monstar nel paese di Stolac i bambini di origine croata e di origine bosniaca hanno classi differenti nello stessa scuola. Ancora una volta l’integrazione non è una necessità. Le differenze sono invece esaltate per fini politici.

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La politica sembra fare di tutto per ravvivare l’identità religiosa. Lo sport già durante la guerra aveva invece agito da collante nazionale.


Predag Pasic, ex ala destra della nazionale Jugoslava è l’esempio di questa volontà.
A Sarajevo durante la guerra iniziò ad allenare bambini senza dare importanza alla loro origine o alla loro religione.

Predag e i suoi ragazzi giocavano a calcio appena fuori il centro della città, senza preoccuparsi dei cecchini serbi appostati sui tetti delle case. Percorrevano due volte la settimana un viale per arrivare al campo di allenamento, conosciuto per l'alta presenza di cecchini appostati sui tetti. Durante gli anni della guerra Pedrag ha continuato imperterrito nel suo progetto, e nessun colpo è mai stato sparato. La popolarità a volte aiuta.

La voglia di sentirsi uniti nell’orrore della guerra era più forte di tutto. Così nasce Bubamara un progetto educativo che ha insegnato a giocare a calcio a più di 15.000 ragazzi

Predrag Pašić

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Ha collezionato oltre 200 presenze con la maglia dell'F.C. Sarajevo, di cui è stato capitano, e ha partecipato con la selezione Yugoslava ai mondiali '82

 

È uno dei 5 protagonisti de “I ribelli del calcio”, documentario di E. Cantona

“L’abitudine alle trasferte, la fiducia nel nostro gruppo, il clima che si respira a Bubamara permette alle famiglie dei ragazzi di fidarsi e comprendere lentamente che le differenze possono essere una forza e un arricchimento e non un problema.”

Pedrag è ortodosso, ha una moglie cattolica e un genero musulmano. È il simbolo vivente di un’integrazione che sembra appartenere a un tempo lontano.
Sigaretta sempre in bocca ad emulare i gradi tecnici del passato e voce rauca, scavata dal tempo e dalle urla sui campi da gioco. È amante dell’arte, infatti ci ospita nella sua galleria privata a due passi dal centro di Sarajevo. La galleria però non produce reddito e se non fosse per gli sponsor di Bubamara avrebbe già dovuto chiudere bottega.

 


Parliamo di tutto: dai mondiali di Spagna del 1982, all’Inter dell’ex patron Moratti suo caro amico e sostenitore, fino ai racconti su Eric Cantona e la vita notturna a Sarajevo. Con il suo inglese un po’ incerto ci spiega di come Sarajevo sia cambiata andando man mano a perdere quell’identità multiculturale che ha sempre caratterizzato la sua storia. I primi a voler soffocare questo spirito sono stati i partiti che governano la Federazione, decisi a eliminare qualsiasi tipo d'integrazione culturale.

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Sotto la mannaia della divisione etnica è caduta anche Bubamara (coccinella in bosniaco). Nonostante gli sponsor internazionali raccolti negli anni ha iniziato a subire continue pressioni da parte dei funzionari governativi.

 

Finché la scorsa primavera la F.C. Sarajevo – squadra di cui è stato simbolo e proprietaria delle strutture sportive – non ha rinnovato le sue concessioni.

 

Pedrag non si espone sulle ragioni di questa decisione, ma senza ombra di dubbio la fine di Bubamara è stata una ferita per la collettività che lascia un grande vuoto.

Ma come tutti i rivoluzionari Pedrag non si arrende e ha già aperto un nuovo progetto, Bosna Sema. In collaborazione con l’Istituto Universitario Turco Sema verrà creato un network di 4.000 giovani atleti che avranno la possibilità di studiare e coltivare il sogno di giocare nella squadra che ambisce quest’anno ad un posto tra i professionisti.

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A parte la tenacia di Pasic e il suo spirito rivoluzionario, molti sono gli interrogativi irrisolti.
Una divisione priva di alcun senso oggettivo pone la Bosnia Erzegovina in un immobilismo senza prospettive per il futuro.
L’Unione Europea che ha posto le sue basi nel Paese dalla fine della guerra è distante e lo sarà sempre di più.


Come sarà possibile invertire il corso degli eventi ed evitare gli errori del passato? Questo interrogativo è in attesa di risposta.

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Serbia e Bosnia sono due nazioni

molto differenti tra loro

La prima operaia e industriale lontana dal suo recente passato e ansiosa di raggiungere un nuovo futuro.

Mentre la Bosnia resta ancora immobile in preda ai suoi demoni e ai suoi conflitti.

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Entrambe sono caratterizzate da un energia e da un passato che le ha rese più consapevoli ma che ne condiziona ancora in parte gli sviluppi.

 

Se per la Serbia è fondamentale trovare un bilanciamento tra lavoro e diritti sociali, per la Bosnia Erzegovina resta la certezza che trovare un’identità comune aiuterebbe a rivolgere lo sguardo verso il futuro.

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