NO BORDER WILL STOP US

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Ricerca e Testi: Stefano Bandera

Foto e Video: Stefano Sbrulli

“Se vieni in Ungheria non puoi prendere il lavoro degli ungheresi”. O meglio: “Se vieni in Ungheria devi rispettare le nostre leggi”.

Con queste frasi, il Primo Ministro ungherese Victor Orban ha tappezzato le principali arterie stradali del Paese. È un monito per i tanti migranti e rifugiati che da mesi attraversano l’Ungheria.


Decisioni propagandistiche: le scritte sui cartelloni sono in ungherese, perfette per i cittadini magiari non certo per i migranti, e il famoso muro di oltre 170 km è ancora facilmente scavalcabile in più punti. Senza parlare dei trattati sul diritto all’asilo firmati in Europa e che l’Ungheria dovrà per forza di cose rispettare.

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Secondo i dati UNHCR, sappiano che chi arriva in Serbia, per il 57% sono rifugiati siriani, o presunti tali visto che solo pochi di loro portano documenti.

Segue un 23% di afghani e un 8% di iracheni. Inoltre ci sono i cosiddetti migranti economici che sfruttano la nuova ondata migratoria per poter entrare in Europa e confondersi con i rifugiati.

 

Alla stazione dei bus di Belgrado, appena arrivati, il primo colpo d’occhio non tradisce: la maggioranza siriana è composta da famiglie con bambini e giovani ragazzi che hanno potuto intraprendere questo viaggio grazie ai soldi di nonni e genitori rimasti in Siria.

È un vero e proprio esodo, così come vediamo il televisione.

 

Le nuove generazioni e l’intera classe media siriana sta lentamente abbandonando il paese. Arrivano da Damasco e Aleppo, dove l’IS fa paura.

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Sarah e Yusra, due giovani nuotatrici di Damasco, figlie del coach della nazionale, raccontano di un paese vuoto dove “ci sono tutti, tranne i siriani”.
La giovane età media, e la provenienza di molti da quella classe media che aveva prosperato sotto Assad, fa sì che anche l’organizzazione del viaggio sia particolare.

Il passaparola corre su Facebook, con gruppi e pagine create da chi è più avanti nel viaggio e fornisce continui aggiornamenti. Garage per senzatetto. Questo è il nome in italiano di una pagina molto frequentata e utilizzata da tutti i rifugiati, per scambiarsi consigli e opinioni. Per orientarsi e studiare ogni singolo km del confine usano invece il gps del cellulare.

Di solito sono i giovani, con più dimestichezza con queste tecnologie, a guidare gruppi di 40-50 persone oltre la frontiera, donne e bambini seguono la carovana. 

 

Se questi profughi 2.0 hanno informazioni aggiornate e conoscono già come raggiungere le diverse tappe verso la Germania e il Nord Europa, per altri il percorso si fa più difficile.

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Lo sfruttamento è quotidiano. Come racconta Jovana Vincic dell’Asylum Protection Center, l’associazione privata che gestisce i 5 campi profughi aperti fino ad oggi: “Spesso i migranti per paura di essere fermati non vengono nelle nostre strutture, preferiscono il parco rischiando di essere sfruttati da commercianti o tassisti che alzano le tariffe oltre ogni ragione”.

 

I profughi spendono in media 5-6 mila euro per intraprendere il viaggio dalla Turchia alle frontiere europee di Austria e Germania. La cifra varia molto a seconda dei mezzi e dei canali utilizzati. Molti di questi soldi vengono spesi inutilmente per tassisti abusivi: gli Alì-Baba, come vengono chiamati.

 

Dopo aver preso 400 euro a persona abbandonano intere famiglie nei campi fuori Belgrado, facendogli credere d’essere arrivati al confine.

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Il governo serbo tranne che inasprire le multe per chi trasporta profughi verso la frontiera non sembra fare molto per migliorare la situazione. La maggior parte del lavoro sul campo e delle strutture a disposizione dipende esclusivamente da fondazioni private, lavoro volontario e contributi internazionali.

 

Chi non paga un taxi abusivo o un trafficante ha due mezzi a disposizione: l’autobus o il treno. Il treno impiega 6 ore per 200 km di ferrovia.

Tre carrozze in media a disposizione dei profughi, sigillate rispetto al resto degli scompartimenti, per cercare di nascondere il più possibile il loro passaggio. Solo all' utima stazione, Subotica, gli addetti ferroviari sciolgono i sigilli.


Durante il viaggio a porte chiuse migranti e profughi si riposano, familiarizzano e si preparano per l’attraversamento notturno. 

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Tarek A. è un ingegnere siriano di 36 anni. Racconta come si poteva vivere con poco in Siria fino al crollo dei salari e spiega come per lui lo stop in Ungheria non sia un problema.
“Sono partito da Beirut, arrivato in Turchia e partito da Smirne in un container per Samos – racconta – Da lì sono andato ad Atene, respinto tre volte e picchiato. Poi sono partito per Salonicco e ho attraversato la Macedonia e la Serbia. Ho perso 15 kg in questo viaggio.

A Budapest che mi fermi o non mi fermi la polizia, prenderò un taxi che con 500 euro mi porterà alla frontiera tedesca. Poi metterò di mezzo un avvocato dicendo che mi hanno forzato a lasciare le impronte”.

 

Questo tragitto accomuna quasi tutti. L’arrivo a Budapest sembra l’ultimo ostacolo di un percorso in cui è inevitabile imbattersi nei trafficanti di esseri umani, gli smuggler come vengono chiamati.

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A Subotica, uno degli ultimi paesi della Serbia prima della frontiera i profughi arrivati da Belgrado si raccolgono e si preparano a partire nella notte. C’è chi aspetta qualche giorno in una vecchia fabbrica di mattoni diventata uno dei simboli di questa migrazione, per poi incamminarsi lungo le rotaie verso Rotszke e chi invece si raduna nelle campagne intorno a Palìc.

 

Appena tramonta il sole, Suv e berline con vetri oscurati raccolgono intere famiglie per portarle oltre la frontiera in direzione di Horgos, percorrendo strade di campagna invisibili sulle mappe. Mustafa, senegalese con padre a Modugno, dice che il pagamento è “solo al momento dell’incontro, nessun soldo in anticipo e unicamente per i km concordati”.
Nei boschi intorno a Hajdukovo è un susseguirsi di pertugi, nascondigli tra i cespugli, pronti per essere sfruttati al calar del sole.

 

Oggi così come ad inizio anno.

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Il trattamento dell’Ungheria rispetto alla Serbia è diverso: i migranti, una volta entrati nei campi, non hanno quasi più alcun contatto con l'esterno, se non con la polizia. Colpisce anche la spettacolarizzazione mediatica; I rifugiati sembrano star del cinema. Al confine fotografi, giornalisti e videocamere li aspettano per i commenti a caldo, così come per una prima di Hollywood.

 

Il blocco dei migranti in Ungheria per l’identificazione digitale come sappiamo non ricade nella responsabilità del Primo Ministro ungherese.
Ma allora perché Orban, così preoccupato dall’immigrazione, propone una barriera a detta di molti inefficace?

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Come spiega Mark Kékesi, portavoce di MigsZol, una delle più importanti ONG per il diritto all’asilo del Paese,  “in meno di una settimana oltre il 90 per cento dei migranti se ne va dal paese, visto che ottiene un foglio di via per uscire dai campi valido per 48 ore”.

 

Perché bloccare ogni accesso, quando nessuno vuole restare nel Paese, ma unicamente transitare?

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Il tema dell’immigrazione ha assunto, anche per merito del partito di estrema destra Jobbik (Il leader Gabor Vona e il suo gruppo paramilitare sono spesso presenti al confine), una rilevanza nel dibattito interno senza precedenti. Le elezioni del 2014 hanno visto un’erosione del consenso di Orban a favore di un risultato incredibile del Jobbik (20,54 per cento) con un centro-sinistra in continua lotta intestina (classico ci viene da dire).

 

Orban ha inoltre intrapreso una battaglia per il controllo della libertà d’espressione e d’informazione che continua dal suo primo mandato. La recente proposta di legge per addebitare un costo umano, o meglio una tassa, ad ogni richiesta di trasparenza verso l’amministrazione centrale, soggetta negli ultimi tempi a diversi scandali in materia di spesa pubblica, è solo la punta di un iceberg.

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Accerchiato da destra e da attivisti civici, Orban ha deciso di puntare su un tema sensibile per l’opinione pubblica ungherese e i suoi facili sentimenti nazionalisti. Mostrare al popolo che ha il potere di decidere il destino di migliaia di persone. Creare tanto rumore per distrarre un pubblico già facilmente distraibile.


Il paradosso è che questo muro e questa politica isolazionista provengono da un Paese, l’Ungheria, che fino a qualche decennio fa fece della distruzione della cortina di ferro sovietica la sua bandiera di rinascita e libertà.

 


Un paradosso che sta conquistano molte Nazioni in quest’ultimo periodo.

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